Amore a Liverpool Street

Stamane mi recavo con il casco in testa, sudata trasfigurata, con yoga pants e una maglietta sponsorizzata da un nostro partner tecnologico (lo so, suonano parole buttate lì a caso…) da un famoso parrucchiere della capitale britannica, per sottopormi alla obbligatoria prova allergia alle tinture. Per chiarire l’atmosfera, qui la procedura è obbligatoria come un clistere per l’operazione alle emorroidi, e ti rilasciano persino una ricevuta da te firmata, con valore di dichiarazione che tu il test per l’allergia alla tintura l’hai fatto, e cavolacci tuoi se ti viene lo shock anafilattico!

Dunque dicevo, il casco non è da moto ma da bicicletta. Perché io ho di recente cominciato a biciclare per la città. Con il solito risultato di mettere in pericolo la mia vita e quella degli altri, ma anche di minare la mia salute psichica e la fiducia in me stessa. Io biciclo e guardo i miei fellow cyclers, e niente è semplice e la tragedia esistenziale è sempre dietro l’angolo.

Faccio la ciclista coraggiosa, che sfida le regole della strada, o mi incarno nella ciclista che perfettamente segue le regole e guarda gli azzardoni con sussiego? Scelgo di sentirmi ligia o screanzata? Furba o fessa? Il risultato è il solito.

Semaforo verde ai pedoni, che faccio che faccio che faccio? eccomi che a pesanti pedalate mi butto ad attraversare l’incrocio, incurante del terrore che incuto al povero passante attraversante. Il traffico è bloccato? Mi accodo ligia dietro al bus, scuotendo la testa alla vista dei terribili trasgressotri che biciclano sul marciapiedi.

E così via, in una incessante indecisione, che per fortuna il più delle volte rimane invisibile per l’osservatore esterno.

In questa atmosfera di costante “allora che faccio?”, mi reco stamani alla affollatissima incasinatissima alienantissima stazione di Liverpool Street, con la mia briscichetta, per ricevere, ligia, la mia dose di tintura dietro l’orecchio. E cosa faccio? Mi bulleggio facendo lo slalom tra i passanti? O faccio la brava e obbedisco alla direttiva “cyclists dismount!”, impiegando quaranta minuti sui tacchi per arrivare a destinazione?

Ecco, smonto, non per osservanza ma per imbranataggine, visto che ho rischiato più volte di farmi sezionare in due metà precise dal sellino per evitare incauti viaggiatori e bruschi cambiatori di direzione, o di polverizzarmi la mandibola su una panchina posizionata subdolamente dietro un angolino. E anche per evitare di schiantarmi contro un peculiare e bizzarro trenino. Una specie di trattorino che trascina tre giganteschi cassonetti verdi.

Alla guida un uomo dalla testa completamente rasata, sui 40 anni, carino e molto molto sorridente. Procede a passo d’uomo lungo una galleria di negozi, guardando un po’ davanti un po’ a destra, per cogliere al volo la conferma o meno che il negoziante abbia spazzatura da affidargli.

E tutto ad un tratto il grado di pericolosità aumenta. Lo vedo procedere sempre più lentamente, lo sguardo fisso a destra, un mezzo sorriso, mentre i camminatori spazientiti sbuffano, cercano di evitarlo infilandosi tra la processione improbabile e le vetrine, mentre chi arriva di fronte è disorientato e non capisce dove andare, e nelle strettoie le persone si scontrano, e sbuffano ancora più rumorosamente scontrandosi con me, la mia borsona gigante e la mia povera minuscola briscichettina.

Ma lui no, il pelatino rimane imperturbato, lo sguardo fisso, rallenta rallenta e quasi si ferma, due gentili, quasi dolci, colpetti di clacson. E finalmente la commessa del negozio di biglietti di auguri alza lo sguardo, dietro la frangetta. Ed esplodono i sorrisi. Lui praticamente levita al volante, un sorriso incontenibile, grande immenso che invade tutta la stazione, e non c’è più posto per i camminatori impazienti, i treni, le scale, i chioschi di liquirizie, i grandi magazzini pieni di saponi, creme, dentifrici e rossetti, non c’è più posto per i tavolini dei caffè, per le spine dei pub, per i formaggi e i sandwich e i lavoratori della metro e i binari e gli enormi schermi che elencano tutte le destinazioni e i ritardi del presente passato futuro dell’universo intero…

Non c’è più spazio per nient’altro che il sorriso del pelatino, e non ci sono rumori, non si sente sbuffare, parlare, respirare, l’annunciatrice tace, i treni si fermano per non distrubare il colloquio, e il pelatino ha la lingua e la gola di velluto mentre con la voce di un amante, intimo e carezzevole, le chiede: any bin? rubbish?

Lei sorride. No, no rubbish. E lui sorride di più, anche se sembra impossibile avere un sorriso più grande. E riprende pianissimo ad andare, con il suo trabiccolo e i suoi tre cassonetti verdi, e riprende a guardare davanti a sé, e nei negozi, e sui suoi lati, per non ucciderci preso dalla passione.

E io lo vedo, che sta già aspettando che arrivi di nuovo domani.

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8 commenti

  1. Ahahahah! Che storia!
    Adesso mi viene da sperare in un lieto fine! 😉

    —Alex

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  2. Mi confermi che andare in bici a Londra equivale a rischiare la vita… 😉 l’ultima volta volevamo noleggiare le biciclette ma ho cambiato idea quasi subito…

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    1. Io mi sento molto sicura, perché i guidatori sono abituati ad avere nugoli di ciclisti attorno, ci sono tantissime piste ciclabili, e tutto sommato le bici sono accettate. In Italia non mi azzarderei neanche!

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  3. in bici a Londra…per me impossibile!

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  4. Amore e spazzatura…connubio perfetto! Tu sí cugggina che sei poetica.

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    1. Che ci posso fare se l’amore è ovunque? 🙂

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  5. Leoni Gianni · · Rispondi

    C’è un un libro del fondatore dei Talking heads ,David Byrne , che parla delle sue esperienze di ciclista in varie capitali del mondo fra cui forse anche Londra.

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    1. lo devo leggere allora!

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