Se una notte d’inverno un aspirante suicida: Non buttiamoci giù

Non buttiamoci giù
Non buttiamoci giù

Nella notte di Capodanno, quando l’allegria sembra essere un obbligo, cosa può fare chi è triste, affranto, deluso dalla vita? Suicidarsi, gettandosi dal palazzo che a Londra è noto come “la Casa dei suicidi”. Capita però che non si è i soli ad aver avuto questa idea, che sul tetto ci siano già altre 4 persone che, per i motivi più svariati, sono decise a porre fine alla propria esistenza. In compagnia è difficile suicidarsi, manca l’atmosfera e la necessaria concentrazione. Così dopo una accesa ed assurda discussione con tocchi di sano umorismo nero, il gruppo di 4 aspiranti suicidi decide di scendere. L’appuntamento è per  il giorno di san Valentino, altra giornata ideale per il suicidio. L’accordo è ricercare di sopravvivere fino a quel giorno quando, chi fra loro sarà ancora deciso a fare il grande passo, potrà buttarsi liberamente. Passano i giorni ed il banco del mutuo soccorso scalcagnato e scompaginato ne combina di tutti i colori, i tentativi di sopravvivere sono spesso stralunati, dagli esisti tragicomici ed infelici.

L’inizio è scoppiettante e divertente, soprattutto per le battute politicamente scorrette di uno dei personaggi, la ragazzina pestifera figlia di un importante uomo politico. Nick Hornby, sa scrivere e si vede. Non a caso i suoi libri precedenti Alta Fedeltà e  Febbre a 90° sono diventati dei libri cult per molti della nostra generazione.

In questo romanzo però, Nick Hornby non dà il meglio di sé. A poco a poco il gusto della lettura viene meno, i cliché narrativi si ripetono, le battute non fanno più ridere, la trama si fa complessa ed anche poco credibile. Forse sarebbe stato molto più divertente se Hornby si fosse limitato ad un racconto lungo, condensando la storia in un centinaio di pagine.

Il libro: Non buttiamoci giù
L’autore: Nick Hornby
Il bacino di utenza: per i gggiovani degli anni ’90 ed oggi alla soglia dei fatidici 40 anni. Per chi è stufo del politicamente corretto e vuole ridere un po’ alle spalle di chi è veramente sfortunato. Per dirsi che, in fondo, vale la pena vivere.

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Un commento

  1. Nonostante la scoraggiante fine della tua recensione, penso che leggerò il libro; in fondo sono avvantaggiata perchè non ne ho mai letto uno di Hornby e, forse, non avendo termini di paragone non resterò tanto delusa. Mi intriga il passaggio dal desiderio di suicidarsi a quello di continuare a vivere. Ancora una volta vale ripetere che la cervella è una sfoglia di cipolla…

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