L’Italia di provincia che non cambia mai: Andrea Vitali

La figlia del potestà
La figlia del potestà

E’ vero, Danielonda, a volte i premi letterari sono delle vere schifezze. Le case editrici sostengono con tutti i mezzi possibili ed immaginabili i propri scrittori perché i loro libri entrino nelle cinquine selezionate e vincano i premi. Così come le classifiche dei libri più venduti? Ma quanti dei primi 10 libri più venduti in Italia avete letto o avete intenzione di leggere?

A volte, però, anche i premi riservano delle sorprese.

Mi sono imbattuta, per caso, nel libro di Andrea Vitali, La figlia del Potestà, vincitore del Premio Bancarella. Ambientato sul lago di Como, a Bellano, paese dal nome…  indimenticabile (anche per gli stessi bellanesi). I fatti raccontanti si svolgono in epoca fascista, quando al posto del sindaco c’era il Potestà, con tutto il potere che da questo derivava. L’Italia non è in guerra ma vive paciosa fra sfilate dedicate a Mussolini e speranze radiose nel futuro e nel progresso. Ma nel paese di Bellano c’è una sola merceria e la figlia del Potestà ordina un paio di mutande in cotone pelle d’uovo…fatte per essere mostrate. Ma a chi? Da qui parte un racconto ironico e divertente, che si dipana fra le chiacchiere ed i pettegolezzi di paese, così come in ogni centro di provincia che si rispetti.  Verità nascoste e segreti di Pulcinella, aviatori  incapaci  e  vecchi zie zitelle abilissime nel complicare i giochi.

Ecco l’incipit del libro

Mercede Vitali, dell’omonima merceria sita a Bellano in via Balbiani numero 27, era una smortina tuttaossa.
Nubile.
Vergine.
Vegetariana.
Aveva quarant’anni.
Da venti non si perdeva la prima messa del mattino.
Pregava, poi andava a vendere mutande.
La ragazza l’aspettava davanti alla porta ancora chiusa del suo negozio.
Era la mattina del 12 febbraio 1931. La luce era incerta , l’aria fredda, la contrada invasa dall’odore del pane fresco che usciva dal forno del Barberi.
La Vitali aveva l’abitudine di parlare tra sé. Faceva discorsi, più spesso conti. Recitava, come fosse un rosario, l’elenco dei debitori. A volte inventava lettere da scrivere al Duce che poi non spediva mai. Quella mattina non aveva niente da raccontarsi. Zitta era uscita di chiesa e filata verso la bottega. Imboccata quella contrada aveva visto quella figura indistinta nella luce fioca del primo mattino.

Mi sono divertita,  il libro l’ho divorato  in poche ore.  D’accordo, non è un capolovoro,  non è  Tolstoj, Dostoevsky o  Thomas Mann, ma vale la pena di leggerlo e di passare qualche ora  spensieratamente.

Lo scrittore è un medico che, guarda un po’, vive e lavora a Bellano. Forse per questo le atmosfere sono così reali. Una sottile vena di ironia attraversa tutto il libro, uno stile che a me ricorda certi libri di scrittori sudamericani in cui la condanna al potere prende le forme dello sberleffo

Libro: La figlia del Potestà
Autore: Andrea Vitali
Bacino di utenza: per chi è stanco di leggere libri seri sulla seconda Guerra mondale e sul fascismo

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